L’alveare scontento

Il dono celeste, il miele, nell’illuminazione poetica di Virgilio, figlio di un contadino forse aduso all’apicoltura, consegnano “l’oro puro” alla rude concretezza della natura. L’antropologo francese Levi – Strauss, immergendo il suo scalco nella mitologia degli indios sudamericani, contrappone il miele, ovvero la natura più profonda, alla cenere. Quest’ultima è espressione atavica della cultura, cioè della più feconda essenza dell’umano essere, ma anche della violenza distruttrice e trasformatrice della combustione. La cenere è l’esito ultimo dell’umanizzazione del fuoco, sottratto proditoriamente da Prometeo agli Dei. Miele e cenere hanno la medesima genesi divina, dunque. Antiogo Manias il 14 febbraio del 1631, sottoscrive contratto di comuna, mezzadria, con i rappresentanti in terra di Dio. I canonici della cattedrale di Ales, in Sardegna, gli affidano la gestione dei loro 146 alveari per sei anni, forse interessati più che al miele alla cera, utile alle candele cultuali; «luce di Dio», o ancor meglio «luce di Cristo». Il legame tra api e divinità è indissolubile e la combustione è trasfigurata. E’ dunque l’alveare nella sua trinità di caste – ape operaia sterile, ape regina feconda, fuco riproduttore – e nel suo vitalismo parossistico la società perfetta, secondo un leit motive usuale delle filosofia politica? Ne L’alveare scontento Il medico olandese Bernard de Mandeville – il cui cognome, nell’idioma albionico, implica una diabolica appartenenza – sostiene, nel suo j’accuse satirico, che l’alveare virtuoso e sobrio è destinato alla miseria e alla progressiva estinzione, al contrario, quello dominato dal vizio e dalla dissoluzione, prospera. Al di la delle alterne fortune degli alveari metaforici di Mandeville, l’unico soviet realizzato in terra, con un altissimo tasso di coesione, di democrazia interna e di rigorosa gestione da parte della classe operaia, così afferma l’etologia più avvertita e aggiornata, rimane l’alveare. Viva la democrazia delle api! Luigi Manias