Quale spazio?

A Serge Latouche, di fronte al ricco desco prandiale approntato da Zia Luciana a Siddi in una densa mattinata sarda di ormai dieci anni fa, dissi che sino al secondo dopoguerra ogni villaggio della Sardegna doveva bastare a se stesso. Di rimando Latouche mi diede un suggerimento bibliografico, che dissolveva in un orizzonte nazionale, sebbene ideologicamente ipotecato, un prassi autarchica che era propria, per condizioni di necessità atavica, dei piccoli centri rurali sardi, sia a vocazione contadina sia pastorale (Marino Ruzzenenti, Autarchia Verde, Jaka Book, Milano, 2011). Un indicatore attendibile ed eclatante della trasformazione epocale postbellica fu la diffusione dei panifici, che decretarono la fine della panificazione domestica, ovvero l’affermazione più concreta nella famiglia sarda della propria autonomia alimentare, cioè nella produzione del cibo per eccellenza: il pane. La dove dalla dimensione produttivista, sebbene sempre nell’ambito di una economia essenzialmente di sussistenza, il villaggio si trasformava per costruire un nuovo profilo consolidava, nemesi storica, una natura parassitaria, predatoria. Illuminanti in tal senso alcune considerazioni di Antonio Gramsci su Ghilarza e Oristano in una lettera alla madre: “Perché mi capisca, dirò che secondo me, Oristano non è una città e non lo diventerà mai; è solo un grande centro rurale (grande relativamente), dove abitano i proprietari di terra o delle peschiere del territorio vicino e dove esiste un certo mercato di manufatti per i campagnoli che vi portano le loro merci agricole. Un centro di commercianti e di proprietari fannulloni, di usurai, cioè, non è ancora una città, perché non c’è produzione propria di nulla che sia importante. Ghilarza tende a diventare come Oristano o l’energia elettrica del Tirso dà la base a qualche industria sia pure iniziale?” D’altra parte, la conferma che anche Cagliari, l’unica realtà urbana della Sardegna, si inscrivesse degnamente nel novero, è attestato dalle innumerevoli “Via Cagliari”, che affollano la toponomastica urbana dei paesi sardi. Che richiama ineludibilmente le lunghe file di carri che avrebbero depositato il grano dei tributi baronali nei capienti magazzini feudali di Casteddu. Nel 2012 Bauman (Z. BAUMAN, Oltre le Nazioni. L’Europa tra sovranità e solidarietà, Roma-Bari, Laterza, 2019, 40 pp.), affermava che: “nessuna delle agenzie politiche esistenti/tramandate, nate al servizio di una società integrata a livello di Stato-nazione, è adeguata al suo ruolo, e che nessuna è abbastanza intraprendente da poter affrontare i vasti e seri compiti di oggi”. Il paradosso è che proviamo a gestire problemi di portata globale continuando a ragionare in una prospettiva strettamente locale. Lo stesso Bauman ricordava che all’inizio del secolo scorso l’amministrazione centrale polacca decise di intraprendere un’indagine capillare nel villaggi per rilevare quanto pervasivo fosse il senso della patria. Gli imbelli villici polacchi quelli, avrebbe detto Braudel o Pourrat, delle libere repubbliche montanare, indicavano la patria nei confini territoriali del proprio villaggio. Prima del grande etnocidio contadino, del tracollo di quella economia (che decretò contestualmente la fine della casa funzionale nel contesto cerealicolo, secondo la tipologia descritta di Vico Mossa) e del conseguente sfilacciamento relazionale delle comunità rurali, anche in Sardegna la patria era il villaggio. Chiaramente il gen. Vannacci, con la recitazione ad oltranza del suo rosario su patria e famiglia, alimenta speranze non dissimili di quelle del movimento 5 stelle, che professava la verginità politica come virtù santa e buona. Così come la datata Sardegna consegnata da Mannuzzu nella chiusa di un autorevole compendio (Finis Sardiniae (o la patria possibile), in Storia d’Italia. Le regioni dall’unità a oggi. La Sardegna, Torino, Einaudi, 1998), solo in parte riflette la stringente attualità e riconsegna opportunamente il discorso ad un tentativo di capacitazione collettiva (molecolare, avrebbe detto Gramsci), per un ipotetico nuovo senso di appartenenza: “Per quanto rimarranno fermi, a dormire nella sera di Cala Moresca, quei carri ferroviari con il loro silenzioso carico di rifiuti tossici? Il dente della storia è davvero più velenoso di quanto si possa pensare – anche alla lettera. Dormono, quei carri, e sembra dormire la Sardegna: sognando se stessa. Così torna in mente la Lettera agli ebrei. Ma davvero una patria è possibile? (Forse solo se si rientra nel cerchio magico delle cose, se si impara a rinominarle, a una a una; se proviamo tutti insieme a ridare un senso a quel che accade)”. Se dunque è vero che tutte le realtà urbane, anche le più contenute, hanno svolto una funzione predatoria nei confronti delle comunità rurali, la salvezza non è certo nella pervicace affermazione della mutria municipalistica. Quando l’allora segretario del Partito Democratico e attuale presidente della Giunta della Regione Eteronoma della Sardegna Piero Comandini dichiarò, con disarmante candore, qualche anno fa, in una assise apistica a Tramatza, l’impotenza del politico rispetto al burocrate regionale, non faceva altro che affermare l’assenza macroscopica di una soggettività politica, che segue l’inconsistenza economica della regione, riaffermando così la sostanza parassitaria dei “centri” di cui Gramsci scriveva. Luigi Manias