Sarei il meno indicato per avventurarmi in ipotesi, di cui ammetto la totale avventatezza, sulle tradizioni religiose e il profondo simbolismo che le sottendono. Ma il taglio di questa notarella è da giornalismo bersagliere e non dotta chiosa sul simbolismo nella religione cattolica. L’occasione è data oggi , “primu de cabudanni”, dal misterioso rituale, allo scoccare della mezzanotte, de “su giru de sa prama”, in onore di Santa Prisca, allietato dal contestuale canto de “is goccius” dei fedeli, che si terrà nell’omonima chiesetta rurale collocata in agro di Pau al centro di un suggestivo coacervo di toponimi: Sa conca e s’acchibi, Sa Paba guanta, Sa mitza ‘e sa tassa, ecc. La DA, Deficienza Artificiale, interpellata a riguardo mi sostiene in questi sproloqui da vago automatismo deduttivo. Santa Prisca significa letteralmente “la santa antica” o “la santa venerabile”, dal nome proprio di origine latina Prisca (femminile di priscus, che vuol dire “antico”, “del tempo passato”, profondamente legato alle origini), preceduto dal titolo di santa. Prisca era una giovane romana del I secolo, considerata la prima donna in Occidente a subire il martirio per la fede in Cristo. Vuole la leggenda che, battezzata a tredici anni da san Pietro, fu perseguitata e decapitata sotto l’imperatore Claudio (o nel II secolo secondo altre memorie locali, come quella legata a San Sperate in Sardegna). Sempre la sullodata DA mi assicura che nella tradizione cristiana, la danza in tondo (o in cerchio) associata alle palme racchiude un profondo simbolismo che unisce l’eredità ebraica, la liturgia dei primi secoli e l’escatologia (la visione del Paradiso). Questo rito esprime principalmente la celebrazione della vittoria di Cristo sulla morte, la comunione fraterna ed è un’anticipazione della gioia celeste. La palma, fin dall’antichità greco-romana e mediorientale, è il simbolo della vittoria, dell’immortalità e della regalità. Nella tradizione cristiana, muoversi in cerchio agitando rami di palma evoca direttamente l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme (festeggiato nella Domenica delle Palme). La danza diventa un atto di sottomissione gioiosa e di glorificazione al “Re dei Re” che vince il peccato. Glisso sul cerchio e la centralità di Dio e il concetto di Uguaglianza, cosi sulla anticipazione della Danza Celeste ed Escatologica, ma non sulla tesi che Il cristianesimo delle origini ha mutuato questo gesto dalla tradizione ebraica. Durante la festa delle Capanne (Sukkot), i fedeli ebrei compivano (e compiono tuttora) processioni circolari e danze attorno all’altare del Tempio agitando il lulav (un mazzo di rami che include la palma). Questo rito esprimeva gratitudine per la liberazione dall’Egitto ed invocava la venuta del Messia. I primi cristiani hanno trasferito questa danza in cerchio alla figura di Gesù, riconoscendolo come il Messia atteso. Dunque la “vexata quaestio“ dell’origine ebraica de Is Pabesus è ben riposta o, come credo io, ritenendoli sardi purosangue, del tutto campata in aria? Ad altri, ma con il conforto si auspicherebbe di ben altre evidenze documentarie, l’ardua sentenza. Luigi Manias




