La Scuola Tipografica Vigliardi Paravia, fu uno di quei benemeriti istituti professionali che formavano i “faussone”, cioè gli inarrivabili tecnici piemontesi peritissimi nelle più varie discipline, dalla meccanica all’arte bianca. Fu fondata nel 1922, come evoluzione della Regia Scuola Tipografica, scuola serale istituita nel 1902 da un gruppo di aziende grafiche, con lo scopo precipuo di garantirsi bravi tipografi, compositori, legatori, impressori in un periodo in cui Torino era la capitale indiscussa dell’editoria e delle officine grafiche. Ed in questo contesto che Testa si forma, non prima di qualche impudente tentativo in altro ambito: “A diciott’anni, pedalando, raggiunsi Savona. Era la prima volta che vedevo il mare. Ma, in gara, ero uno del gruppo. Non mi rimaneva che il lavoro. Lo cambiai.” E nella Torino, ormai orfana di Gramsci e Gobetti, tenta altre strade: “Da battilastra a tipografo. Guadagnavo meno, ma fu la mia fortuna”. Una fortuna travagliata, connotata da ripetuti licenziamenti, perché l’Armando era esigentissimo e spregiava la routine. Il mestiere lo intrigava, ma cerca di raggiungere una non facile perfezione, tentando di applicare sul bancone del tipografo le arditezze della Bauhaus, che facevano la loro disarmante apparizione alla Vigliardi Paravia, la sua scuola serale. L’esito fu rovinoso. I tempi di lavoro sin dilatavano ad oltranza suscitando l’ira dei padroncini. “La mia raffinata lentezza li mandava in bestia. Sono stato buttato fuori da almeno venti tipografie … Ero in gamba, ma non stavo nei tempi. Il mio conforto erano gli insegnanti della Vigliardi. Il tipografo Butti spiegava come comporre la pagina e, attraverso la grafica, mi rese comprensibili Le Corbusier e Mies van der Rohe.” E da qui maestri dell’arte tipografica Testa apprese dei principi simmetrici al less is more: ”Se in una pagina ci sono due colori, uno è di troppo”, gli ripetevano. Ma racconta: “In cattedra, c’era anche Ezio D’Errico, un pioniere dell’astrattismo. In pittura, imperava il Novecento. Lui era avanti anni luce. E’ stato il mio vero maestro, attraverso la scuola e la rivista Graphicus, il contraltare torinese di Campo Grafico che si stampava a Milano e che spezzava il pane del modernismo. Non a caso era astrattissimo il bozzetto con cui, a vent’anni, nel 1937, partecipai al concorso per un manifesto che doveva ‘promuovere’ una fabbrica di colori. In quel bozzetto, non c’era nessuna eco di Cassandre, di Sepo, di Boccasile, i mattatori della cartellonistica di quel tempo. Vinsi, e si cominciò a parlucchiare di me.” Luigi Manias




