BB

Ho un ricordo lontano di Brigitte Bardot. Era la voce di mia madre, Milena Olla, che negli anni d’esordio del decennio più fervido, complicato e decisivo del secolo scorso, secondo una trita e incosciente locuzione i “favolosi anni ‘60”, abbozzava, ma non andava oltre, ad un sommesso: “Brigitte Bardot Bardot, Brigitte beijou, beijou.“ La canzone, scritta nel dicembre del 1960, dal compositore e giornalista Miguel Gustavo, fu portata al successo internazionale, nei modi del samba più tradizionale, l’anno dopo da Jorge Veiga, https://www.youtube.com/watch?v=uLDfpRCSiaY . Ma fu ripresa e reinterpretata da Roberto Seto, Dario Moreno, Luiz Vanderley, Michelino, The Emeralds, Les Chakachas, Digno Garcia, Two Man Sound. Anche in Italia trovò più di un estimatore. Censisco una convincente versione rimasterizzata di Mina https://www.youtube.com/watch?v=P6A4v7fjJ9g . Altra presenza domestica era ed è – essendo i libri destinati rispetto agli umani, nella generalità dei casi, ad una esistenza più duratura – un elegante albo fotografico, con testi di Simon de Beauvoir, edito da Lerici nel 1962 e recensito, non senza qualche nota di apprezzamento, da Cinema Nuovo che, nel 1964 (n. 148) aveva raccolto alcune autorevoli opinioni sullo stato del cinema. L’anno prima era uscito Il disprezzo di Jean Luc Godard, IL DISPREZZO – Trailer (Il Cinema Ritrovato al cinema), tratto dall’omonimo romanzo di Moravia, che oltre a BB, vedeva fra i protagonisti Michel Piccoli, Jack Palance e il grande regista tedesco Fritz Lang. Secondo Alberto Moravia: “Degli stranieri forse il film che più mi ha interessato dal punto di vista dello sperimentalismo stilistico è stato il film di Godard Il disprezzo.” Più puntuale Galvano della Volpe: “Stando alle esperienze fatte di recente mi sembrano accettabili certi risultati di un linguaggio filmico diciamo “atonale”, quale si può ricordare nelle cose migliori di Antonioni e ne Il disprezzo di Godard. Mi interessa tale linguaggio nei suoi risultati migliori, perché si tratta di un linguaggio rigorosamente filmico, per il quale le immagini arrivano a dirci ciò che le parole assolutamente non dicono né possano, né la fattispecie dirci. Mentre il linguaggio neorealistico ha corso il rischio, spesso, di una concorrenza pericolosa del linguaggio letterario, intendo la pura retorica sociale.” Di ben altro tenore la recensione di Adelio Ferrero (Cinema Nuovo, 1963, n. 166, pag. 454). “… Godard conferma le sue scarse capacità di concentrazione narrativa, di rigore analitico e di definizione interiore soprattutto nella lunga sequenza chiave della spiegazione fra Paolo e Emilia, dove il suo famoso talento descrittivo – che è poi una fredda disponibilità alla registrazione di gesti e movimenti colti nella loro linea figurativa e nel loro volume, più che nel significato che li sottende – si rivela in realtà inerte e monocorde. Il regista non riesce infatti a recuperare, nella “cronaca” di quella crisi coniugale, la dimensione del passato, il nodo di equivoci ed inganni su cui quel matrimonio era fondato, e si arena nelle secche della “condizione umana” di un moderno Odisseo da Cinecittà, nella declamazione sul flusso casuale della vita, nella riscoperta di un fato senza grandezza che questa volta non è neppure più il colpo di rivoltella il quale abbatteva Nana in una viuzza di Parigi.” Intanto ci avvertono che oggi il film sarà proiettato dove fu girato Capri omaggia Brigitte Bardot con Il Disprezzo di Godard – Cinema – Ansa.it. Dell’ultima Bardot rimangono a mia memoria qualche immagine vaga, saltuaria, fuggevole relativa alle più recenti esternazioni e nient’altro. Luigi Manias