L’agenzia Androkronos titola oggi il 2025 dei tristia con un discutibile “Da Oliviero Toscani a Brigitte Bardot: un anno di addii tra spettacolo, sport e cultura”. Fra i veri maestri della fotografia quest’anno un altro “cadavere eccellente”, per usare una brutale locuzione, è quello di Gianni Berengo Gardin. Giusto per precisare la sua esatta collocazione nell’ecumene mondiale basti dire che è l’unico fotografo citato da E.H. Gombrich in The image and the eye (Phaidon, Oxford, 1982). Questa avvalorante indicazione bibliografica è nel risguardo di copertina di Tipografia. Immagini quotidiane,con sue fotografie e autorevoli testi di Alfred Hohenegger e Marina Miraglia (Peliti Associati, Roma, 1989). Acquistato da chi scrive in tempi ormai remoti, non sono mai riuscito a darle, anche per l’eccezionalità della prova, una sua precisa collocazione nel fondo dei “libri sui libri” della biblioteca “Ape Buridana”. Biblioteca privata che si appresta a fornire un servizio di apertura al pubblico, ed è ad oggi l’unica sarda che vanta il possesso di una copia del volume. Berengo interpellato da Florina Pagano sui suoi libri (Gianni Berengo Gardin, Contrasto, Roma, 2005: 428) ebbe a dire che Tipografia: “È un regalo di Mario Peliti a suo papà e a sua mamma, a quel tempo non più molto giovani e sul punto di chiudere la tipografia di famiglia. Gli ha voluto lasciare il ricordo, sotto forma di libro, di com’erano la tipografia e il loro lavoro.” La tipografia venne chiusa nel 1990 e tutta l’attrezzatura interamente venduta. Mario Peliti, romano, classe 1958, fotografo e architetto di formazione, che si divide tra Roma e Venezia, è fondatore nel 1986 assieme alla sorella Francesca, che ne è stata amministratrice unica dal 1991 al 2015, della Peliti Associati; prima studio di grafica, poi casa editrice e, dal 2000, anche agenzia di pubbliche relazioni. Ideatore dell’European Publishers Award for Photography, direttore della galleria Minima a Roma dal 1995 al 2002, nel 2006 ha avviato, in qualità di autore, il “Venice Urban Photo Project”, dedicato alla documentazione sistematica della città lagunare all’inizio del nuovo millennio. Progetto che l’ha visto impegnato per 14 anni insieme all’amico – mentore Gianni Berengo Gardin. Nel 2013 Peliti Associati apre la Galleria del Cembalo, insieme a Paola Stacchini Cavazza, nella cornice di Palazzo Borghese. Nel 2021 Palazzo Grassi ha dedicato al Venice Urban Photo Project una grande mostra, curata da Matthieu Humery, intitolata HYPERVENEZIA. Francesca Peliti, nata a Roma nel 1955, laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, dal 1976 al 1990 ha lavorato nello Stabilimento Tipografico Julia, fondato dal padre Roberto e dove si svolge, come è richiamato in un insolito colophon, il reportage di Berengo: “Tutte le fotografie di questo volume / sono state realizzate / presso lo Stabilimento Tipografico Julia S.r.l., / con la sola esclusione delle immagini 12, 15 e 16, / scattate presso la Fotocomposizione Calanchini / e la società Cooperativa / Riproduzioni Offset Italia S.r.l.“ Del padre Roberto Peliti c’è un gustoso ritratto in L’Italia che scrive (Formiggini, Roma, 1971:126): “Roberto Peliti, da buon piemontese, ha voluto conservare la residenza (in via Peliti), naturalmente. Da tipografo poi è diventato editore, anzi “marinaio e stampatore”, come ama egli stesso definirsi e come è scritto sui frontespizi dei suoi volumi…“ Peliti aveva infatti prestato servizio, come sottotenente di vascello, in un reparto di superficie della X MAS al comando di Salvatore Todaro. Gli altri ufficiali erano il capitano di corvetta Salvo Lenzi, i tenenti di vascello Roberto Romano e Aldo Massarini e il pari grado Luigi Cugia di Sant’Orsola (Pasca Piredda, L’Ufficio stampa e propaganda della 10^ Flottiglia MAS, Lo Scarabeo, Bologna, 2003: 36). Sino ad ora ignote le ragioni della rinuncia alla carriera militare a favore dell’arte tipografica. Si può, con estrema cautela, ipotizzare che la militanza marinara non sia stata estranea alla scelta della ragione sociale della Tipografia. Julio era il leader maximo della Decima, ma Julia è anche la gens eponima dell’Urbe, fondatrice di Forum Julii, Cividale. E’ stata la moglie di Peliti Elena Deragna, profuga fiumana, che già aveva diretto proprio a Fiume, giovanissima, una tipografia, che lo aveva convinto ad aprire nell’immediato secondo dopoguerra lo stabilimento, chiamato «Julia » in onore delle province orientali. La famiglia Deragna, di origine Rom, di stirpe Harvati (ovvero Croati), si insediò in Istria e segnatamente a Fiume subito dopo la prima guerra mondiale. Una recente testimonianza, che avvalora l’assunto, è quella di Aldo Iaio Deragna, che ricorda la nascita nel 1924 a Fiume di suo padre Milan, poi commerciante di cavalli (Vite in cammino. Storie di una famiglia rom di Milano, UPRE, Roma, 2023), a conferma dell’integrazione professionale dei Deragna a Fiume come, ad esempio, l’iscrizione di Elena nelle file delle organizzazioni giovanili fasciste (Bollettino dell’Opera Nazionale Balilla, Roma, Tipografia del Littorio, 1932: 95). Sul sostegno dato da Elena alla diaspora fiumana basti pensare che all’esordio, ad esclusione di uno, tutti i dipendenti della tipografia erano profughi Giuliano – Dalmati. Ma se la vocazione tipografica di Elena era chiara, quella di Roberto Peliti è stata tardiva. Infatti prima “si era occupato di recuperi subacquei, si è interessato di approvvigionamenti petroliferi in Italia e in Egitto, ha organizzato un’azienda per la pesca e il commercio di pesce, di approvvigionamenti petroliferi e del reparto prodotti speciali della Esso è stato consulente della marina egiziana.” Sull’eclettismo della stirpe Peliti le attestazioni sono numerose e attendibili. Gustavo Mola di Nomaglio, autore di un’esemplare e ponderosa Bibliografia delle famiglie subalpine (Centro Studi Piemontesi, Torino, 2008), sui Peliti racconta di “mastri di muro, ingeneri, architetti ed impresari edili originari di Valganna, stabilitisi in Carignano nel Settecento”, per la costruzione del Duomo (Imperiali, famiglia ghibellina di ammiragli, dogi, inventori, “Il Sole “4 ore – Nord Ovest”, 27/11/200, pag. 23). Un più ampio riscontro sulla famiglia l’ha fornito Mario Frechianni, Dai Peliti di Ganna ai Peliti di Carignano. Storia di un migrante del sec. XVIII e della sua stirpe. (“Tracce”, a.V., 1984, 2, pp. 113 – 126). Ma l’esponente maggiormente referenziato rimane Federico, il bisnonno di Mario Peliti, del quale lo stesso rivendica ascendenze e vocazione. “… Peliti, un curioso industriale di Carignano, paesello vicino a Torino, vero tipo di piemontese inglesizzato, alto, magro, nervoso, parlante una lingua intermedia fra l’italiano e l’inglese. Costui, durante una vita agitata e fortunosa, ha saputo diventare l’albergatore dell’India.” Il profilo è di una penna d’eccezione: Luigi Einaudi (Un principe mercante, Bocca, Torino, 1900:2). Sulle sue capacità imprenditoriali i riscontri sono inopinabili: “Una professione caratteristica, prettamente italiana, è quella del pasticcere, diffusa ormai in tutta l’India. Il primo negozio di questo genere fu aperto quarant’anni fa in Calcutta, per iniziativa del piemontese cav. Federico Peliti. In seguito ne furono fondati altri a Calcutta, Bombay, Rangoon, Lucknow, Bangalore, Simla, Poona e in altre città di minor importanza.” (Emigrazioni e colonie, Ministero degli Affari Esteri, Roma,1906: 67). Così su quelle fotografiche, sulle quali proprio Marina Miraglia ha individuato le linee interpretative della sua poetica, connotata da un rifiuto verso un facile e allora invalso esotismo a favore, piuttosto, di un antesignano realismo. (Federico Peliti.1844-1914. Un fotografo piemontese in India al tempo della Regina Vittoria, Peliti Associati, Roma , 1994). Per tornare allo Stabilimento Tipografico Julia, una ricognizione attendibile ma forse non esaustiva (SBN) sulla sua attività editoriale descrive, tra il 1953 e il 1983, 37 notizie bibliografiche. Ma è soprattutto nel triennio 1964 – 1966 che la tipografia raggiunge esiti editoriali di rilievo. Bastino su tutti nel 1965 le Note sull’edizione folignate della Divina Commedia (1472), a cura di Emanuele Casamassima e L’esemplare corsiniano: descrizione e storia, a cura di Armando Petrucci; nel 1967 – 1970 I discorsi di m. Pietro Andrea Matthioli sanese, medico cesareo et del serenissimo principe Ferdinando archiduca d’Austria & e c. nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale …, con una nota di Francesco Barberi. Mentre su Tipografia, se si dovessero indicare le foto di stretta attinenza tipografica, nell’accezione data da Hohenegger, le foto dalla 6 alla 12 ritraggono cassettiere con caratteri di fonderia e di legno, numeratori, forme composte; dalla 26 alla 32 vediamo risme di carta; nelle 33 e 34 abbiamo la preparazione dell’inchiostro e la sua posa nel rullo macinatore; tra la 44 e la 60 ci sono alcuni dettagli di macchine tipografiche piano cilindriche (Rut Presse, Heidelberg); infine la foto 63 ritrae un tipografo che spessora la forma composta nel letto della macchina. Ipotizzando un confronto, arduo, con il libro di Berengo, viene in mente Portraits of presses del 1997, per i tipi de The Whittington Press, con foto di Ski Harrison e testimonianze dei “fine printers” inglesi (Lawrence, Esselmont, Mortimer, MacDowall, Carter, Stephenson, Nicolas e Mary Parry, Randle). Qui l’orizzonte d’indagine è numericamente più ampio, svolto su un fronte omogeneo, cioè la tipografia in senso stretto di cui parla Hohenegger; con un netta propensione descrittiva, ad esempio nell’uso prevalente di un “piano sequenza” e, dunque, con esiti introspettivi meno incisivi. Peraltro l’oggetto descritto è differente. Da una parte un’azienda, con una dimensione collettiva comprensiva delle maestranze, nella sua evoluzione diacronica; dall’altra realtà produttive individuali, tuttora operanti ma cristallizzate nella prassi tipografica e orientate, ineluttabilmente, ad una collocazione commerciale differente. Luigi Manias




