Un cuore da nutrire

Non ha certo la tenue dolce e malinconica della nostalgia per l’infanzia perduta, ne quella del risentimento per i drammi che ogni vita comprende Un cuore da nutrire. Questo denso romanzo autobiografico di Motoko Iwasaki, edito da Alì Ribelli Edizioni di Gaeta nell’ottobre 2019, a distanza di quattro anni dall’uscita mantiene la stessa vivida freschezza richiamata dalla copertina, una scura ma accogliente coltre verde di fronde. Il senso complessivo che l’opera richiama, dove il cibo è autentico nutrimento dello spirito, è quello di una intimità famigliare composta, con movenze che evocano certe sequenze di Viaggio a Tokio di Ozu. Motoko Iwasaki si fa portavoce di una precettistica sul cibo, una poetica quasi universale, dove il valore fondante è il rispetto. Come afferma un monaco del monastero zen di Eihei-ji si deve avere rispetto nei confronti degli alimenti che compongono le pietanze, che vanno maneggiati con attenzione quasi sacrale e di cui va tutelata e preservata la grande ricchezza di vita e energia che possiedono. Bisogna aver rispetto per la vita di chi prepara il cibo, riconoscendo il grande valore del servizio che offre agli altri. Occorre rispetto nei confronti di chi quel cibo lo riceverà. I monaci unsui sono spesso costretti a mangiare le stesse verdure e bisogna creare nuove preparazioni per non tediare chi mangia, così da poter dare loro gioia (kishin). Il cibo così preparato è una base sicura, perché nutre nella gioia ed è valida energia per le attività che i monaci svolgeranno. Per Motoko il cibo è riattivazione della memoria sensoriale (la madeleine proustiana), legata inscindibilmente agli intimi momenti di ritualità famigliari (la preparazione del miso fatta dal padre, la casa del tofu). Gesti e ritualità che esprimono un’intensità affettiva che viene espressa in maniera misurata, dove anche i momenti tragici, in cui si percepisce un grande dolore, non vengono omessi. La rievocazione è improntata alla pietas, ovvero ad una profonda comprensione partecipata. C’è in Motoko la consapevolezza di come tutti questi avvenimenti, così come il cibo, l’abbiano nutrita e le hanno permesso di diventare ciò che è ora. Questa ricchezza di avvenimenti e cose riuscirà a rendere Motoko più aperta verso il presente e il nutrimento ricevuto a suo tempo le permetterà di vivere l’oggi, sebbene così differente nella “piccola patria montana” di Sordevolo rispetto all’atavico villaggio natio nella prefettura di Fukuj, nella sua più compiuta pienezza. E attraverso il cibo si vede una realtà invisibile e si può scoprire qualcosa che rischia di rimanere in ombra, sovrastata da sollecitazioni più consumistiche. C’è nel libro una memorabile immagine di Tokio, città moderna, così lontana dall’intimità del villaggio, che viene scoperta attraverso gli occhi di una cieca, che rende visibile i mille villaggi che la compongono. Luigi Manias e Maria Francesca Meloni